Qualche giorno fa mi trovavo a parlare con una cara amica.
La conversazione verteva su temi che conosco bene: crescita interiore, consapevolezza, lavoro su di sé e mentre ascoltavo, mi sono accorta che dentro di me stava emergendo un leggero fastidio.
Non riguardava le idee espresse. Molte di quelle riflessioni erano sensate e, in parte, le condividevo anch’io.
Ciò che attirava la mia attenzione era altro.
Ascoltando, avevo l’impressione che esistesse un collegamento molto chiaro tra ciò che era stato fatto e ciò che era accaduto dopo. Come se la vita fosse una sequenza ordinata di cause ed effetti facilmente riconoscibili.
Faccio questo, comprendo quello, sciolgo quel blocco e di conseguenza succede quest’altro.
Tornata a casa, quella sensazione ha continuato ad accompagnarmi.
Quando qualcosa mi tocca, sicuramente mi riguarda.
Così, poco alla volta, ho compreso che quel fastidio non riguardava la persona con cui stavo parlando.
Riguardava il mio rapporto con la certezza delle formule della crescita personale.
Quando le formule della crescita personale iniziano a stare strette
Per molti anni ho creduto anch’io che la trasformazione seguisse un percorso abbastanza lineare.
Se comprendo una dinamica, allora il problema si risolve.
Se guarisco una ferita, allora cambieranno le mie relazioni.
Se faccio la pratica giusta, allora arriverà il risultato che desidero.
In fondo, gran parte del mondo della crescita personale si basa su questo presupposto. Esistono passaggi, strumenti, strategie, metodi. Alcuni sono estremamente validi e possono produrre cambiamenti profondi.
Non sto mettendo in discussione il valore del lavoro interiore.
Sto osservando qualcos’altro.
Con il passare degli anni mi sono accorta che la vita è molto meno prevedibile di quanto immaginassi.
Ho visto persone impegnarsi con serietà e non ottenere ciò che desideravano.
Ho visto persone affrontare percorsi profondi e continuare comunque a incontrare gli stessi nodi.
Ho visto progetti costruiti con amore e competenza non produrre i risultati sperati.
E ho visto anche accadere l’opposto: opportunità, incontri e trasformazioni arrivare senza che nessuno potesse spiegare con precisione perché.
Queste esperienze hanno lentamente incrinato la mia fiducia nelle formule della crescita personale.
Non perché siano false, ma perché sono incomplete.
Descrivono una parte della realtà, ma non la contengono tutta.
Esiste sempre qualcosa che sfugge ai nostri schemi.
Qualcosa che non può essere controllato, pianificato o garantito.
La Terra di Mezzo e la fine delle garanzie
Negli ultimi tempi mi accorgo che questa consapevolezza assomiglia molto a ciò che chiamo Terra di Mezzo.
La Terra di Mezzo non è un luogo geografico né una teoria spirituale.
È una fase dell’esistenza.
È quel tratto di cammino in cui le vecchie certezze iniziano a perdere forza e le nuove non si sono ancora consolidate.
Per anni ho cercato spiegazioni.
Volevo comprendere, collegare i puntini, sapere perché le cose accadevano.
Oggi continuo ad amare la conoscenza, ma sento sempre meno il bisogno di trasformarla in una garanzia.
Posso studiare senza sapere dove mi porterà quello studio.
O iniziare un progetto senza sapere se avrà successo.
Posso fare una pratica spirituale senza aspettarmi una ricompensa precisa.
Questa posizione è meno rassicurante di quanto la mente vorrebbe.
Eppure, paradossalmente, la trovo più libera.
Le formule della crescita personale promettono spesso che a una determinata azione corrisponderà un determinato risultato.
La Terra di Mezzo mi sta insegnando qualcosa di diverso.
Mi sta insegnando che posso fare la mia parte senza trasformare ogni gesto in una trattativa con la vita.
Posso seminare senza pretendere di decidere quando arriverà il raccolto.
Sto parlando della fiducia che nasce dalla partecipazione.
Quella che ti permette di dire sì alla vita, fare la tua parte con presenza e dedizione, e lasciare che il mistero completi ciò che non dipende da te.





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