Leggere i Tarocchi in discoteca

Resoconto di una serata che non mi aspettavo

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Ieri sera ho accettato un ingaggio che, fino a poco tempo fa, avrei rifiutato senza esitazione.

Leggere i Tarocchi in discoteca.

Non perché lo considerassi sbagliato, ma perché lo sentivo lontano dal mio modo di fare letture e dalla qualità di spazio che cerco quando lavoro.

Nella mia esperienza, leggere i Tarocchi nasce sempre da una soglia: un rallentamento, un silenzio, una disponibilità ad ascoltare qualcosa che non si impone, ma si rivela.

La discoteca, almeno nella mia immaginazione, era l’opposto di tutto questo.

Eppure qualcosa mi ha fatto dire sì con una curiosità mista a una lieve tensione.

Come quando senti che stai entrando in un territorio che non controlli del tutto.

Quando il contesto non ti somiglia

Arrivando, la prima impressione ha confermato tutto ciò che pensavo.

Musica alta.
Luci in movimento.
Persone immerse nel ritmo della serata.

Per un attimo ho sentito quella domanda sottile affiorare:
“Cosa ci faccio qui?”

Non era insicurezza.
Era disallineamento.

Perché quando lavori con qualcosa di invisibile — e per me leggere i Tarocchi ha a che fare con questo — il rischio non è tanto quello di non essere capiti.

È quello di smarrire la propria qualità di presenza.

E lì la tentazione era duplice:
adattarmi troppo… oppure chiudermi per difendermi.

Nessuna delle due strade mi appartiene davvero.

La domanda che non cambia mai

Poi sono arrivate le prime persone.

Ragazze molto giovani, con quella miscela di leggerezza e urgenza che si ha a quell’età.
Alcune ridevano, altre erano più raccolte.
Alcune parlavano subito, altre aspettavano.

Tutte curiose e con l’amica del cuore accanto.

Dopo pochi minuti è accaduta sempre la stessa cosa.

La superficie cadeva.

E emergeva la domanda.

Non sempre formulata nello stesso modo, ma riconoscibile.

Cosa succede nella mia vita sentimentale?”
“Sto andando nella direzione giusta?”
“Perché mi trovo sempre negli stessi schemi?”

In quel momento ho visto qualcosa con una nitidezza nuova.

Non esistono contesti superficiali.
Esistono solo livelli diversi di accesso.

E quando qualcuno si sente visto, anche per pochi minuti, quel livello cambia immediatamente.

Restare, invece di adattarsi

A quel punto è successo qualcosa di molto semplice.

Ho smesso di preoccuparmi del contesto.

Non ho cercato di rendere l’esperienza “più profonda”.
Non ho cercato di semplificarla.

Ho fatto quello che faccio sempre.

Ho ascoltato.
Ho posto una domanda chiara.
Ho lasciato che le carte mostrassero ciò che c’era.

E mi sono accorta che leggere i Tarocchi, anche lì, non perdeva nulla.

Anzi.

Diventava più diretto.

Più essenziale.

Come se il rumore esterno obbligasse ad andare subito al punto, senza deviazioni.

Non c’era spazio per compiacere.
Non c’era tempo per costruire un’immagine.

C’era solo verità — nella misura in cui ognuna era pronta a incontrarla.

La Giustizia, dopo

Prima di uscire avevo estratto una carta.

La Giustizia.

Durante la serata non ci ho pensato molto.
Ma il giorno dopo, nel silenzio, il suo significato si è ricomposto.

Non come indicazione su “come sarebbe andata”.

Ma come invito a una postura.

Essere lì, senza spostarmi.
Senza diventare altro.
Senza irrigidirmi per difendere un’identità.

La Giustizia, in quel contesto, non era rigore.
Era allineamento.

Quello che mi resta di questa esperienza non è tanto l’aver portato i Tarocchi in un luogo insolito.

È aver visto con più chiarezza qualcosa che già sapevo, ma che forse non avevo ancora attraversato fino in fondo:

leggere i Tarocchi non dipende dal silenzio esterno.
Dipende da quello interno.

E quel silenzio, quando c’è, non viene disturbato.
Si porta.

Ovunque.

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