Ieri mentre mi trovavo al Mercatino delle Streghe per fare letture, si avvicina una donna.
“Vorrei sapere come va la mia vita — in amore, al lavoro, con i figli.”
In quel momento, dentro di me, si accendono tre voci.
La prima — quella intransigente — dice: non puoi fare questa lettura. Una domanda così vaga non porta da nessuna parte. È la voce che conosce il rischio, che ha imparato a riconoscere una stesa caotica prima ancora di entrarci.
La seconda — quella aperta — dice: arrenditi. Il Tarot sa dove vuole andare anche quando noi non lo sappiamo ancora. È la voce che si fida del processo, anche quando il processo è scomodo.
La terza — quella di cui non sono fiera, ma che esiste — pensa: ma come si fa a non sapere cosa si desidera? È la voce criticona, quella che si mette sul piedistallo della consapevolezza e giudica.
E mentre le voci si agitavano dentro di me, ho provato ad aiutarla a trovare qualcosa di più preciso.
Lei mi guardava. Annuiva. Ma non riusciva a trovare le parole.
Effettivamente, molto spesso, la difficoltà più grande è riuscire a nominare con sincerità ciò che si desidera davvero.
Ed è qui che, secondo me, si trova uno dei punti più importanti per capire come fare una vera domanda ai Tarocchi.
Alla fine decido di avventurarmi nel campo della domanda generica ed inizio a leggere le carte.
E lì è successo esattamente ciò che temevo.
Quando manca un centro preciso, la lettura si frammenta. Le carte aprono tanti temi, tante possibilità, tanti fili contemporaneamente, e il senso fatica a emergere con chiarezza.
Il labirinto aveva iniziato a fare il suo lavoro.
Ma nonostante questo inizio un po’ caotico, carta dopo carta, qualcosa ha cominciato lentamente ad affiorare.
Non sull’amore nè sui figli, ma sul lavoro.
Pian piano, senza che nessuno la nominasse ancora apertamente, è emersa una parola: cambiamento.
Un desiderio di qualcosa di diverso. Di qualcosa che la facesse sentire più viva e soddisfatta.
A quel punto le ho proposto di fare un nuovo tiraggio con una domanda nuova — questa volta veramente sua:
“È sulla mia strada creare una nuova opportunità lavorativa?”
Ed è stato impressionante vedere come la lettura sia cambiata completamente.
La seconda stesa è diventata immediatamente precisa, quasi millimetrica.
Sono emerse le sue paure. I modi per attraversarle. Le risorse che aveva e che non vedeva più.
Mentre commentavo le carte, ho visto qualcosa cambiare nel suo viso.
Lentamente, come quando una finestra si apre di pochi centimetri e l’aria comincia finalmente a entrare.
Si stava fidando. E allora mi ha detto:
“Adesso te lo posso dire. Il mio sogno nel cassetto — quello che ho abbandonato trent’anni fa — era fare l’astrologa.”
E guarda caso l’ultima carta della stesa è stata la Stella, la carte dell’ astrologia che l’attendeva luminosa nel futuro.
Ecco cosa intendo quando parlo di come fare una vera domanda ai Tarocchi.
Le carte non servono a dirti semplicemente “come andrà la vita”.
Ti aiutano a vedere ciò che esiste già nel tuo campo interiore: quello che sai, quello che temi, quello che continui a rimandare, e anche ciò che aspetta da anni di essere finalmente riconosciuto.
La vera domanda non era “come andrà”.
La vera domanda era già lì, sepolta sotto le cose più urgenti, più sicure, più accettabili.
Le carte l’hanno soltanto portata in superficie.
Forse è proprio questo il motivo per cui quasi nessuno sa davvero come fare una vera domanda ai Tarocchi: perché una domanda autentica richiede sincerità.
E la sincerità, a volte, è molto più difficile da affrontare delle carte stesse.





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