Sono tornata da un weekend ad Assisi con una sensazione addosso difficile da etichettare.
Non è stato semplicemente “bello”, né soltanto “faticoso”.
È stato entrambe le cose.
E, in qualche modo, nè l’uno e nè l’altro.
Eravamo in 50, al Choral Master. Tante voci, tanti corpi, tante storie.
Abbiamo lavorato sulla tecnica vocale, ma soprattutto sul corpo: esercizi di contatto, di ascolto, di presenza.
Ed è lì che, quasi senza volerlo, ho visto qualcosa con molta chiarezza.
Temperanza e ascolto del corpo
Ho visto quante persone fanno fatica a sentire ciò che provano.
A riconoscere un’emozione semplice.
A restare nel corpo senza scappare.
E lo dico con onestà: una parte di me ha pensato
quanta strada ho fatto.
L’ho sentito come un orgoglio sottile. Poi subito dopo è arrivata la frustrazione.
Ancora l’ego, mi sono detta. Sempre lui, che si infila ovunque!
Mi sono osservata mentre mi percepivo un passo avanti.
Non per arroganza, ma per esperienza. Per cammino fatto davvero, con cura, con impegno, calandomici dentro.
E insieme a questo, ho visto anche la tentazione di mettermi un gradino sopra.
Non ho cercato di toglierla.
L’ho guardata.
E sono rimasta.
L’atmosfera del gruppo è stata molto bella, nutriente.
E allo stesso tempo ho sentito chiaramente il bisogno di proteggere i miei spazi.
Ho scelto una stanza singola. Ho fatto bene.
Non era chiusura: era ascolto.
Ho notato anche un’altra cosa, più sottile.
Una distanza naturale nascere in me.
Non come giudizio, ma come chiarezza.
Ho riconosciuto un nuovo tipo di discernimento: non tutto ciò che posso condividere, desidero prolungarlo.
E va bene così.
Non è rifiuto.
Non è superiorità.
È misura.
È rispetto per ciò che oggi è sostenibile per me.
In fondo, anche questo ha a che fare con Temperanza e ascolto del corpo:
saper sentire fin dove posso stare, e fin dove no, senza forzarmi.
La caccia alle meraviglie
Una delle pratiche più belle del weekend è stata quella che mi ha insegnato un mio mentore, Claudio Marucchi, e che io ho battezzato “la caccia alle meraviglie”.
Uscire. Guardare. Lasciarsi sorprendere, come fa un bambino.
Senza cercare significati.
E la meraviglia è arrivata.
Mi sono imbattuta in un gruppo di piccole coccinelle, tutte ammassate tra loro, come in una danza istintiva, quasi un’orgia vitale.
Alcune erano in disparte.
E su quei gusci ho visto qualcosa di incredibile: sembravano maschere.
Occhi, naso, bocca. Volti arcaici.
Ho avuto la sensazione che certe maschere antiche non siano invenzioni dell’uomo, ma copie prese dalla natura.
La Natura sa essere infinitamente più immaginativa di noi!
In quel momento non c’era nulla da capire.
Solo da essere lì.
Poi c’è stata la Porziuncola.
Un’energia diversa. Spoglia. Essenziale.
Un luogo che non aggiunge, ma toglie.
Lì ho sentito Francesco non come immagine devota, ma come una qualità isoiratrice: semplicità, resa, nudità dell’essere.
E poi sono tornata a casa.
Felice di tornare a casa.
Questa mattina, però, il corpo ha parlato forte.
Un dolore al collo, più precisamente alla spalla sinistra.
E Minnie, con i suoi miagolii che faccio fatica a sopportare.
Irritazione.
Frustrazione.
Fastidio.
Lo so che il corpo ha un linguaggio.
Lo so che potrei chiedermi cosa racconta, cosa porta, cosa chiede.
Ma in questo momento sento un limite chiaro: non voglio interpretare tutto.
Non voglio spiegare.
Non voglio comprendere ancora.
Voglio semplicemente stare.
Stare nel fastidio.
Stare nell’irritazione.
Stare in ciò che c’è, senza trasformarlo subito in un messaggio.
Il Tarot come specchio
Ed è qui che entra in scena l’Arcano di oggi: la Temperanza, dritta.
La guardo e penso: sì, ce l’ho.
Ma no, oggi non la sento.
E forse è proprio questo il punto.
Temperanza e ascolto del corpo non significano essere sempre centrati,
né vivere in uno stato di equilibrio permanente.
Significano restare presenti anche quando siamo stanchi, innervositi, doloranti.
Significano non scappare dal corpo solo perché la coscienza ha già capito qualcosa.
Oggi mi sento nervosa.
Limitata dal fisico.
Infantemente infastidita.
E insieme a questo, sento una gratitudine profonda.
Perché posso dedicarmi a ciò che amo, senza doverlo giustificare.
Questo è un privilegio.
E non voglio negarlo.
Anche questo, forse, è Temperanza e ascolto del corpo:
riconoscere ciò che c’è, così com’è, senza aggiungere altro.





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