Ieri ho fatto molte letture.
È stata una giornata piena, concreta, di quelle che alla fine ti lasciano la sensazione di aver lavorato davvero.
Ma non è questo ciò che voglio raccontare.
C’è qualcosa che continuo a osservare, lettura dopo lettura, evento dopo evento, e che ogni volta mi fa riflettere.
Le persone raramente arrivano con una domanda precisa.
La richiesta più frequente è qualcosa come:
“Vorrei sapere come va la mia vita in questo momento.”
Ogni volta, dentro di me, sorrido.
Non con ironia, ma con una specie di tenerezza silenziosa.
Perché penso:
ma non lo sai già, come stai?
I tarocchi non dicono come va la tua vita.
Quello, in qualche modo, dovrebbe essere un sapere tuo.
Eppure, per molte persone, questo sapere non è accessibile.
Non perché non sentano nulla, ma perché non riescono a dare forma a ciò che sentono.
Il vissuto c’è, ma è confuso, frammentato, senza parole.
È qui che il Tarot entra in gioco.
Non come voce che risponde, ma come linguaggio che traduce.
In questi momenti sento spesso la presenza silenziosa dell’Arcano II – la Papessa.
Non serve che compaia sul tavolo: la sua energia è già lì.
La Papessa custodisce ciò che è noto interiormente, ma non ancora espresso.
Non spiega, non chiarisce, non consola.
Rende visibile.
E infatti succede quasi sempre la stessa cosa.
Alla fine della lettura, gli occhi della persona si illuminano e arriva quella frase, detta con sorpresa:
“È esattamente quello che pensavo.”
Non hanno ricevuto una risposta nuova.
Si sono riconosciute.
I tarocchi non dicono come va la tua vita.
Ti aiutano a farlo dire a te, finalmente, senza più dubitare di ciò che senti.
Forse è questo il primo vero passaggio di una lettura autentica:
non sapere di più, ma smettere di ignorarsi.
Verso la fine della giornata, si è ripresentato un altro tema che conosco bene: quello del confine.
Tempo fa, durante un altro evento, avevo accettato di fare una lettura fuori orario.
Non avevo saputo dire di no.
Le carte erano confuse, scollegate, come se non volessero parlare.
Dopo venti minuti mi ero fermata.
La persona era rimasta male.
Io avevo capito di aver sbagliato prima, non dopo.
Ieri è accaduto qualcosa di simile, ma con un esito diverso.
Una ragazza molto giovane si è avvicinata con un bicchiere di birra in mano.
Non era lucida.
Mi parlava di luce, poi di amore, poi di sofferenza.
Frasi contraddittorie, senza un centro.
Ho provato a riportarla a una domanda concreta, ma a un certo punto ho sentito chiaramente che quello non era uno spazio leggibile.
Lì ho riconosciuto l’energia dell’Arcano XI – la Forza.
Non quella che impone, ma quella che sa fermarsi.
Con calma le ho detto che non potevo farle una lettura in quella situazione.
È rimasta male.
Ha quasi pianto.
Se n’è andata, poi è tornata accusandomi, proiettando, confondendo.
Io sono rimasta ferma.
Non rigida.
Ferma.
In quel gesto ho sentito anche l’Arcano IV – l’Imperatore:
non come autorità, ma come confine che protegge lo spazio.
Le ho chiesto di andarsene, spiegando che altrimenti avrei chiamato la responsabile dell’evento.
E così la giornata si è chiusa.
C’è una cosa che sto imparando sempre di più:
Il Tarot non è un oracolo a cui delegare la propria presenza.
È uno spazio che chiede ascolto, verità, responsabilità.
E forse il lavoro più profondo non è rispondere,
ma aiutare le persone a sentire come stanno,
a riconoscere ciò che già sanno e trovare il coraggio di dirlo.





0 commenti