Quando si perde chi si ama

Il dolore come occasione di risveglio interiore

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In questi giorni sto attraversando il dolore per la perdita del mio amato gatto Zanzibar.
Scriverne non è semplice: quando si perde chi si ama il dolore tende a voler restare silenzioso, custodito.

Eppure, proprio in questa esperienza ho visto emergere aspetti di me che desidero condividere.

Da vent’anni cammino sulla via della ricerca spirituale e tutti gli insegnamenti che ho incontrato dal buddismo tibetano, alla filosofia indovedica, all’alchimia, all’insegnamento del Cristo, tutti parlano del dolore come di un portale da attraversare, un’occasione per fare un passo avanti nella conoscenza di sè stessi.

Una vita in cui niente di doloroso accade, non è una vita che ti sta insegnando qualcosa. E va bene così, nel senso che ci sono fasi della vita in cui non necessariamente siamo chiamati a lavorare su di noi.

Nella mia di vita erano anni che non accadeva qualcosa di doloroso. E adesso mi sovviene che l’intento che avevo espresso all’inizio di questo nuovo anno, è stato quello di vivere il più possibile in presenza, accorgendomi di quello che mi attraversa.

Zanzibar si è fatto carico con la sua uscita di scena dalla mia vita di rimettermi a contatto con il dolore e avere l’occasione di osservare cosa si muove profondamente dentro di me.

Il primo risultato straziante è stato quello di osservare l’accaduto e sentire dilaniante dentro di te che non sarebbe dovuto andare così, che non era giusto, ecc.

Credo che questo sia proprio il seme della sofferenza, ovvero la distanza tra ciò che vuoi e ciò che accade.
Ma la verità è che la vita accade. Non secondo i nostri schemi, nè secondo i nostri tempi o desideri.

A causa di questo evento ho avuto modo di confrontarmi con persone che credono che il destino non esista, che tutto ciò che accade (soprattutto agli animali) sia responsabilità degli esseri umani.

Io invece sento che non è così semplice.

Io credo nel disegno divino.

Lo immagino come un grande viaggio che facciamo come se fossimo tutti su una grande nave da crociera.
Ognuno ha il proprio viaggio da compiere. È un’illusione pensare di poter cambiare il percorso della nave: possiamo solo muoverci dentro di essa, scegliere il nostro modo di viaggiare, ma non cambiare la rotta, nè tantomeno decidere autonomamente di scendere.

Il destino è scritto nel viaggio stesso.
Il libero arbitrio è come lo vivi: se scegli di goderti il viaggio oppure di restarne prigioniera.

Così Zanzibar è uscito ora dalla mia vita. Non come avrei voluto, non come avevo sperato, ma così come doveva essere.

La mia libertà sta nel modo in cui accolgo questa uscita di scena, nel come decido di vivere il vuoto che lascia, nel passo che scelgo di compiere dopo.

Ed è così che ho riconosciuto con chiarezza un meccanismo interiore.
Tutto inizia sempre da un pensiero a volte sotto forma di un ricordo, o di un’immagine, o un desiderio.

Immediatamente arriva l’emozione che in questi giorni è la tristezza.

Se mi aggrappo al pensiero, il dolore si amplifica.

Ma se lascio il pensiero e porto l’attenzione sull’emozione — “che cosa sento, com’è?” — accade qualcosa: ciò che chiamavo dolore si scioglie.

Resta un sottofondo neutro.

Altre volte il pensiero appare con la formula dei “perchè”.

“Perché è successo?

Perché sento così?

Perché non poteva andare diversamente?”

Ma ogni perchè è solo un gioco della mente che crea un vortice pericoloso.

E se entri in quel vortice immediatamente le emozioni di tristezza e disperazione prendono il sopravvento e possono avvolgerti anche per ore.

Ma ho visto che facendo un passo indietro, mollando quel perchè e stando in quella vibrazione di dolore…magicamente si dissolve.

È qualcosa che ho studiato e letto tante volte, ma adesso accade realmente.

Il dolore, in realtà, non chiede spiegazioni. Chiede presenza.

Ho scoperto che quando entro profondamente nell’emozione — senza giudicarla, senza respingerla — accade qualcosa di sorprendente: l’emozione si consuma da sola.
Si vive, si esprime, e poi svanisce.

Quello che resta è una sorta di calma, un sottofondo neutro privo di emozioni.

E subito dopo arriva un nuovo pensiero giudicante:
“Ma allora hai già dimenticato?”

E un po’ mi fa ridere come la mente non si arrende e ti mette di fronte una nuova prova.
Ma quando scopri l’inganno sai benissimo che non si tratta di dimenticare, ma di lasciare andare.

Di permettere alla vita di continuare a fluire.

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