La mia voce ha cambiato pelle

Quando le parole non servono a dividere, ma a rivelare chi siamo davvero

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Abbiamo tutti, almeno una volta, incontrato parole che ci hanno punto.
A volte arrivano da qualcuno che ammiriamo, da chi abbiamo seguito con fiducia, da chi abbiamo considerato guida.

E quando quelle parole ci fanno male, la prima reazione è il fastidio, la difesa, la chiusura. 

Ma se scegliamo di non reagire subito — se invece ci fermiamo ad ascoltare cosa si è mosso dentro — può emergere una grande occasione.

A me è successo di recente. 
Ho ricevuto una comunicazione che mi ha toccata nel vivo. Un messaggio secco, sentenzioso, che si apriva con una frase assoluta e perentoria:

Tu non hai idea di chi sei.

Parole che mi hanno subito urtata. Ma invece di rispondere con lo stesso tono, ho scelto di guardare. Di restare. Di sentire.

E ho visto una parte di me che si stava difendendo. 
Una parte che ancora si identificava con l’immagine della “brava ricercatrice spirituale”, quella che vuole capire, migliorarsi, essere all’altezza. 
Una parte che desiderava essere vista nella sua buona fede, e non colpita da un giudizio.

Questa consapevolezza mi ha permesso di rispondere con chiarezza e rispetto. 
Di ringraziare. Perché quando qualcosa punge, c’è sempre un seme da cui può nascere una verità più profonda.

Ma poi è arrivato un altro messaggio, stavolta rivolto a tutti. 
Un post pubblico, scritto con la stessa energia dura, quasi sprezzante.

Un manifesto in cui si difendeva il diritto di essere ruvidi, di “non edulcorare la merda” (cito testualmente), di scuotere le persone senza troppi fronzoli. 


Il tono era netto, polarizzante, e si reggeva su una contrapposizione: da una parte i veri coach, dall’altra i “guru dei mantra zuccherati”. 
Come se esistesse un solo modo autentico di dire la verità: quello che mette a disagio.

È stato lì che qualcosa in me ha fatto click: mi sono resa conto che…

La mia voce ha cambiato pelle

Nel mio cammino ho imparato che la verità può manifestarsi in molti modi. 
Può arrivare come un lampo, è vero. Ma può anche discendere come una brezza che non ti sradica, ma ti abbraccia. 

Ho seguito maestri e mentori con stili diversi, e ho rispettato ognuno per ciò che mi ha dato. 
Ma oggi sento che c’è un certo modo di comunicare che non mi appartiene più.

Fatico a ritrovarmi in quei modi di comunicare che dividono le persone per affermare un punto di vista.
Dare valore alla mia voce non significa per me sminuire quella degli altri.
E credo che scuotere con forza non sia sempre necessario per accompagnare qualcuno verso la consapevolezza.

Voglio incontrare.

Voglio creare uno spazio dove anche chi ha paura di mostrarsi possa sentirsi al sicuro. Dove si possa dire la verità, ma senza colpire nessuno.

Credo che la crescita non abbia bisogno di essere violenta. 
E credo che la delicatezza possa contenere un’enorme forza, se nasce dalla verità e non dal compiacere.

Una nuova voce, un nuovo spazio

Forse è anche questo che si muove dentro di me in questo tempo: il desiderio di costruire un nuovo modo di stare nel mondo della crescita. In questo la mia voce ha cambiato pelle.

Uno spazio in cui l’autenticità non venga confusa con l’arroganza. 
In cui la fermezza non debba passare per durezza. 
In cui il maschile e il femminile possano danzare in equilibrio, senza che uno debba dominare l’altro. 
Un luogo in cui si possa crescere per amore, e non per provocazione.

Perché sì, la verità può anche graffiare. 
Ma quando è davvero integrata, non ha bisogno di farlo.

La verità non divide. Unisce.

Oggi scelgo una voce diversa. 
Una voce che non umilia. Che non impone. Che non bussa con il pugno, ma con la mano aperta.

Io sono qui per chi sente che si può crescere anche così: 
con grazia, con sacralità, con il coraggio silenzioso di chi non ha più bisogno di dimostrare nulla.

Non mi interessa avere ragione. 
Mi interessa creare spazi in cui riconoscersi, senza sentirsi mai “sbagliati”.

Perché la verità, quando arriva davvero, non divide. Unisce.


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